Sotto la piazza, l’abisso? / 3
La rivolta egiziana non deve essere un nuovo palazzo dei sogni
Se le rivoluzioni gigantesche e sconosciute – che fanno dei paesi islamici una promessa e una minaccia – falliranno, sarà perché i giovani in piazza (chiunque essi siano e comunque la pensino, oggi muoiono per la libertà) avranno dovuto pagare un triste tributo agli stessi dittatori che hanno cacciato via. di Fiamma Nirenstein Leggi l'intervento di Vittorio Emanuele Parsi - Leggi l'intervento di Giulio Meotti
15 AGO 20

Se le rivoluzioni gigantesche e sconosciute – che fanno dei paesi islamici una promessa e una minaccia – falliranno, sarà perché i giovani in piazza (chiunque essi siano e comunque la pensino, oggi muoiono per la libertà) avranno dovuto pagare un triste tributo agli stessi dittatori che hanno cacciato via. L’insistente domanda che poniamo a noi stessi, e che molti smussano invocando i nuovi idoli dei social network, è quanto la destituzione dei tiranni arabi possa condurre a una società moderna, democratica, insomma a noi non aliena e nemica. Le società musulmane possono farlo: i giovani ottomani negli anni fra il 1830 e il 1850, all’inizio con riluttanza, poi con slancio, impararono almeno una lingua europea, viaggiarono, divennero i portabandiera del desiderio di dare al loro paese, da patrioti liberali, un governo istituzionale e parlamentare nel quale vedevano il talismano del successo europeo. Anwar Sadat, nel secolo successivo, ha potuto appoggiare la sua pace con Israele a una generazione di giganti intellettuali come Hussein Fawzi, Yusuf Idris e soprattutto Tawfik al Hakim, che osò scrivere: “I sionisti che si insediarono in Palestina tornavano alla patria da loro abitata nel passato”. Ma questo panorama è venuto da tempo a mancare. L’ultimo di questi grandi è stato Mahfuz. Oggi, non preoccupano soltanto i Fratelli musulmani, di cui moltissimo si parla, sperando che siano meno cattivi, ma soprattutto la mente dei giovani in piazza. Ne spiega Fuad Ajami quando parla del “Palazzo dei sogni degli arabi”. Esso è stato costruito negli ultimi trent’anni dai dittatori. La delusione che nasce nel mezzo degli anni Ottanta, quando la crisi petrolifera fece una trappola infernale dell’urbanizzazione araba. La folla prodotta come da una macchina impazzita dal continuo boom demografico doveva essere domata da un indottrinamento micidiale.
Mubarak, Ben Ali e tutta la compagnia dovevano battere una frustrazione totale, sociale, sessuale, economica, dovevano occultare la loro corruzione e la loro violenza. Oggi è di questo che dobbiamo avere paura: i giovani che desiderano la libertà (con le dovute e molte eccezioni che conosciamo, avendo passato molto tempo con i dissidenti di ogni paese) hanno la testa piena di teorie della cospirazione. Gli arabi sono vittime perseguitate dai sionisti figli di cani e scimmie, l’11 settembre è opera degli ebrei, gli americani sono imperialisti assassini e i terroristi sono invece gioiosi martiri. Per molti di loro, l’islam è la risposta, ma più di questo il rischio attuale è nella confusione mitomane di cui si trova ovunque traccia. Un paese come l’Egitto, in pace con Israele, fu capace di pubblicare sul giornale di stato al Ahram la caricatura di Peres in divisa nazista durante la sua visita ufficiale. Il conflitto ideologico è in realtà uno specchio fedele del rapporto degli arabi con la modernità, vissuta come un velenoso frutto dell’occidente. Se non cessa, non ci sarà democrazia.
di Fiamma Nirenstein
Mubarak, Ben Ali e tutta la compagnia dovevano battere una frustrazione totale, sociale, sessuale, economica, dovevano occultare la loro corruzione e la loro violenza. Oggi è di questo che dobbiamo avere paura: i giovani che desiderano la libertà (con le dovute e molte eccezioni che conosciamo, avendo passato molto tempo con i dissidenti di ogni paese) hanno la testa piena di teorie della cospirazione. Gli arabi sono vittime perseguitate dai sionisti figli di cani e scimmie, l’11 settembre è opera degli ebrei, gli americani sono imperialisti assassini e i terroristi sono invece gioiosi martiri. Per molti di loro, l’islam è la risposta, ma più di questo il rischio attuale è nella confusione mitomane di cui si trova ovunque traccia. Un paese come l’Egitto, in pace con Israele, fu capace di pubblicare sul giornale di stato al Ahram la caricatura di Peres in divisa nazista durante la sua visita ufficiale. Il conflitto ideologico è in realtà uno specchio fedele del rapporto degli arabi con la modernità, vissuta come un velenoso frutto dell’occidente. Se non cessa, non ci sarà democrazia.
di Fiamma Nirenstein